30 gennaio 2012
Elezioni amministrative e diversità linguistica
Il caso che si sottopone all’attenzione dei lettori è molto interessante ed è foriero di spunti: in Arizona un giudice statale ha imposto ad una candidata alle elezioni locali una prova di conoscenza di lingua inglese e, accertata la sua scarsa capacità di interazione in quella lingua, ha deciso di stralciare la sua candidatura (qui la notizia su un giornale locale, lo Yumasun, e sul NYTimes)
L’elemento di interesse consiste che la località dove si è svolto questo fatto, San Luis, è sul confine tra Stati Uniti e Messico e la grande maggioranza della popolazione parla spagnolo quale prima lingua, esattamente come la candidata bocciata, e non inglese. Non si tratta solo di una questione recente, collegata alla forte immigrazione che il governo tanto federale quanto statale sta cercando in tutti i modi di bloccare, ma le ragioni della prevalenza dello spagnolo in quella zona hanno profonde radici storiche, collegate alla prima colonizzazione spagnola (e poi messicana) di quei territori, come i nomi dei luoghi di tanta parte dell’Arizona (ed altresì della California, del New Mexico, del Texas) stanno a dimostrare.
Come valutare questa decisione? Non è che si sono violati i diritti di una candidata che avrebbe potuto benissimo svolgere il suo mandato, qualora fosse stata eletta, perchè in grado di interagire con la comunità che l’ha votata senza barriere linguistiche? La donna ha comunque presentato appello: qui e qui


Scritto il 2-2-2012 alle ore 19:38
interessante questione
non conosco a fondo la questione storica o geopolitica in cui si svolge il fatto e prendo per buono quando detto nel post
come spunto di riflessione, mi viene il paragone con alcune zone italiane e di primo acchito penso: bilinguismo sì, “controlinguismo” no
se una lingua determina un’appartenenza culturale e legale ad uno Stato – o ancor di più ad una nazione – pretendere che “da un certo livello in su” quella lingua sia conosciuta ed usata mi pare rispettoso verso tutti e necessario
(non credo che l’Autrice – ed io con lei, peraltro – apprezzi l’esame di dialetto proposto da alcuni politici per assunzioni pubbliche in determinate zone; anche tali proposte, in ogni caso, molto raramente si sono spinte a richiedere il dialetto come lingua ufficiale ed unica usata).
chiunque di quello Stato approdi in quella sperduta località, ha diritto (e in qualche caso anche la necessità) di sentirsi rispondere nella lingua dello Stato medesimo; necessità che spesso io ho avuto(e mi è stata negata, talvolta con esiti anche estremamente critici) in alcuni nostri territori “apparentememnte bilingue”
osservo, per finire, che forse lo spagnolo sarebbe stato anche sufficiente alla candidata per “interagire con la comunità che l’ha votata”, un po’ meno per rappresentare correttamente gli interessi di quella stessa comunità fuori dalla … cinta del giardino.
insomma, per non fare una ipotetica discriminazione si perpetua una ghettizzazione ?
certo l’argomento non è facile e non è facile trovare un punto di equilibrio, volevo solo esporre una mia riflessione, uscendo dal rischio di una facile identificazione con il buono (spagnolo-immigrato-povero) contro il cattivo (usa-imperialista-razzista), anche se non indotta dal commento dell’Autrice (molto equilibrato)
Scritto il 7-2-2012 alle ore 08:32
Io sono favorevole ai test che non siano, comunque, volti ad escludere i candidati. Mi spiego meglio: sulla base di quale criterio si sceglie di votare X o Y? Spesso si fa sulla base di vicinanza politica, oppure per la simpatia del candidato o perché uno urla di più o di meno, oppure perché è tifoso della stessa squadra di calcio… Sarebbe molto più utile porre dei test ai candidati il cui risultato potrebbe essere utile per colui che voterà: lo so, è utopia, ma spesso questa è la molla che fa muovere la passione.